lunedì 21 marzo 2011

parliamo di nucleare



La mitologia del nucleare e lo sfruttamento capitalista
Di Nicola Melloni, Londra, da "Liberazione"

I tragici fatti del Giappone cui abbiamo assistito in questi giorni hanno avuto una forte eco anche
in Italia. Non erano passate che poche ore dal terremoto che già l’establishment nuclearista era sul piede di guerra. I suoi esponenti più illustri, a partire dall’ineffabile Chicco Testa, si sono precipitati in tv, tentando di spiegare, senza paura del ridicolo, che la centrale di Fukushima era completamente sicura. Dopo questi primi folli interventi, immediatamente smentiti dai fatti, si sono susseguiti commenti di esperti, opinionisti e politici che invitavano alla calma e alla ragionevolezza rilanciando una serie impressionante di luoghi comuni che hanno l’unico obiettivo di nascondere la vera natura del problema legato al nucleare.

Il mantra più ricorrente di questi giorni è che non si può agire in base all’emotività e che bisogna
mantenere la razionalità anche davanti alle più grandi tragedie – cioè che l’apocalisse giapponese
non deve cambiare le nostre opinioni sul nucleare. Ma si tratta di una mistificazione: sostenere,
come si è fatto fino a Giovedì, il sì al nucleare contando su 25 anni senza incidenti non vuol
dire essere razionali, ma semplicemente cercar di far dimenticare i rischi che l’energia nucleare
comporta. Si tratta di due emozioni diverse – l’apatia contro lo sgomento – ma nessuna delle due può essere considerata più ragionevole dell’altra. Non solo: in realtà l’incidente di Fukushima, nella sua drammaticità, ci fornisce nuove informazioni, bene preziosissimo se si vuole che l’elettorato scelga “usando la testa” e non “la pancia”. E cosa ci dicono gli eventi di questi giorni? Che il pericolo di incidente esiste sempre, al contrario da quanto propagandato dal partito pronucleare tramite anche delle pubblicità fuorvianti.

Il secondo tema su cui gli amici del nucleare insistono è che l’Italia non è il Giappone e quindi non
corriamo rischi di sorta. Ma chi lo dice? Anche i Giapponesi, ben abituati ai terremoti, erano sicuri, fino a giovedì scorso che un evento così cataclismatico fosse impossibile. Ma l’unica cosa veramente impossibile è prevedere la natura. Vogliamo rischiare giocando sulle probabilità, come fossimo al casinò? Questo sì pare davvero insensato. Ed allora ci dicono che i rischi sono comunque minimi e che il nucleare è più sicuro delle altre fonti energetiche, anzi per Panebianco, sul Corriere della Sera, è la modernità stessa a portare sicurezza. Ma sicurezza per chi? Le scorie continuano ad essere radioattive per secoli, a volte per millenni, e quindi in effetti stiamo ponendo le basi per la riduzione della sicurezza del mondo non solo nel presente ma anche nel futuro – una maniera bizzarra di sfruttare i benefici della modernità.

I rischi, dunque, ci sono ma questo non ferma i nostri convinti nuclearisti. Le centrali nucleari,
dicono, esistono in vicinanza dei nostri confini (in Francia, Svizzera, Slovenia) e dunque, in caso di incidenti in quei paesi, saremmo a rischio anche noi. Tanto vale, allora, costruire le centrali anche al di quà dei nostri confini, il rischio rimarrebbe immutato ma almeno potremmo godere dei benefici della produzione di energia atomica. Un argomento inquietante soprattutto quando sostenuto da chi pretende di essere razionale e riflessivo: se gli altri sbagliano, dovremmo farlo anche noi giusto per unirci al gregge? Senza neanche tenere in conto il dato oggettivo che smentisce la base, irrazionale, di tale ragionamento: il rischio per la popolazione dipende dalla prossimità all’incidente, come dimostra il fatto che a Fukushima è stata evacuata un area del raggio di 30 km dall’esplosione, non di 100 o 200 km (la distanza che ci separa dalle centrali d’oltralpe).

Ma il vero cuore del problema è un altro, il fabbisogno energetico. Si dice che siamo dipendenti
dagli sceicchi e da Putin per l’approvvigionamento di petrolio e che il ricorso al nucleare ci darebbe indipendenza energetica; ma anche in questo caso si tratta di mistificazione. L’Italia non produce uranio o plutonio e quindi sempre dall’estero sarebbe dipendente! Inoltre il petrolio continuerebbe a rimanere fondamentale nella nostra vita quotidiana, come dimostra il caso fracese dove il consumo di petrolio procapite è superiore al nostro. Si dice anche che il nucleare costa meno, ma non è vero neppure questo, anzi secondo le ultime stime il nucleare è l’energia più cara. Certo, esiste una questione energetica, questo non possiamo nascondercelo. Ma proprio l’incidente di Fukushima potrebbe essere un’ottima occasione per ripensare in toto non solo la nostra politica energetica ma il nostro intero modello di sviluppo. Il nucleare in ogni caso non è una soluzione di lungo periodo, si tratta di una energia non rinnovabile, destinata a finire, nè più nè meno che il petrolio. E le rinnovabili, al momento, non garantiscono i livelli di consumo energetico che abbiamo avuto finora, soprattutto se estesi alle nuove economie del sud del mondo che avanzano impetuosamente. Il problema energetico è dunque il problema del capitalismo, un sistema economico basato sullo sfruttamento. Sfruttamento del lavoro, come già insegnava Marx, e sfruttamento delle risorse produttive, con la differenza fondamentale che non tutte queste risorse sono infinite, anzi. Rivedere i consumi, e quindi il processo fondamentale di accumulazione capitalista, lo scambio, non vuol dire affidarsi ad una retorica pauperista, di certo i comunisti sono sempre stati dalla parte del progresso e per migliorare le condizioni di vita degli sfruttati. Significa però, già a partire dal brevissimo periodo, rivedere le nostre priorità, ridurre gli sprechi energetici, ridiscutere il sistema dei trasporti, abbandonando le quattro ruote e rilanciando i trasporti pubblici, dimenticare la logica degli status symbol derivanti dal consumismo dilagante. Rendersi conto che modernità non vuol dire comodità ma responsabilità. Si tratta essenzialmente di pianificare il nostro sviluppo in base non solo alle
esigenze di profitto ma di sostenibilità. Non è certo con il palliativo nucleare che si risolveranno
problemi che sono, invece, di natura sistemica.
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C'è un'italiana all'estero, Serena Bertozzi, di 21 anni , a 250 chilometri da Fukushima. Puoi leggere la sua testimonianza cliccando QUI .

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Brevi appunti sul nucleare in Spagna
Di Monica Bedana, Salamanca


In Spagna ci sono sei centrali nucleari attive, che contribuiscono in un 20% a soddisfare il fabbisogno nazionale di elettricità. Sono centrali sorte principalmente negli anni ottanta; la più vecchia ha 41 anni ed è situata a circa 250 chilometri da dove io vivo, in provincia di Burgos, più a nord di Salamanca. La vita utile stabilita per le centrali spagnole è di 40 anni; nel caso della centrale di Burgos il Governo di Zapatero ha concesso una proroga per il suo sfruttamento fino al 2013, giacché il Consiglio di Sicurezza Nucleare (CSN) ha considerato che la centrale continua a possedere tutti i requisiti di sicurezza che esige la normativa internazionale. La protesta degli ecologisti e degli anti-nucleari si è fatta sentire subito e si è ravvivata in questi giorni, perché pareva possibile un’ulteriore proroga fino al 2019, questo almeno fino al giorno del terremoto in Giappone. Ora per Zapatero anche la posizione sull’energia nucleare è una questione delicata in vista delle prossime elezioni e della caduta a picco, nei sondaggi, della popolarità del Governo e del suo Presidente in questi due anni di profonda crisi economica.

Il ministro dell’ambiente, Rosa Aguilar ha dichiarato che prima di affrontare un dibattito sulla convenienza o meno dello smantellamento delle centrali nucleari è necessario attendere le conclusioni del Consiglio di Sicurezza Nucleare, che sta sviluppando un piano per rafforzarne la sicurezza. Uno dei maggiori sindacati spagnoli, “Comisiones Obreras” (CCOO), ha denunciato da tempo che il CSN realizza un controllo insufficiente della sicurezza negli impianti nucleari spagnoli, dovuto ai tagli attuati sui fondi concessi a questo ente negli ultimi due anni.
Anche il partito dell’opposizione è a favore dell’aumento della sicurezza nelle centrali, condizione indispensabile per mantenerle in funzione. Infine, secondo la Confindustria spagnola (CEOE) un abbandono del nucleare in questo momento di grande incertezza internazionale per ciò che concerne l’approvvigionamento di energia dall’estero (la rivolta in Libia ha provocato che il Governo emanasse un decreto lo scorso 7 marzo che ha abbassato il limite di velocità in autostrade ed autovie da 120 a 110 km/h) provocherebbe un aumento insostenibile del costo dell’elettricità , un “tsunami nelle imprese ed un ulteriore aumento della disoccupazione”. La posizione di Confindustria in fatto di energia è favorevole ad un mix di energie rinnovabili, la cui produzione integri la sostenibilità per l’ambiente, la garanzia dell’erogazione e la sostenibilità economica. Detto cosí, verrebbe da crederci...in realtà temo che come negli anni ottanta la popolazione delle zone che ospitano le centrali si rassegnò al nucleare in buona parte per fronteggiare la tremenda disoccupazione di quegli anni, di nuovo sarà lo spettro della possibile perdita di altri posti di lavoro a spazzare via i dubbi sulla sicurezza e la sostenibilità.
E mentre questa settimana il Governo ha incrementato fino a 1200 milioni di euro la responsabilità dei gestori di centrali nucleari in caso di incidente, “Izquierda Unida”, l’unico vero partito di sinistra rimane la sola voce nel deserto a chiedere, ad aver chiesto da sempre, un calendario per lo smantellamento definitivo del nucleare in Spagna.

Il cittadino spagnolo da qualche giorno può trovare sul sito del Governo le “FAQ” del nucleare, in cui viene spiegato ai cittadini che le centrali spagnole non corrono -in teoria- rischio di tsunami in quanto sono situate tutte (eccetto una, sulla costa del Mediterraneo ma elevata rispetto al livello del mare) all’interno del Paese, che non è zona di forte attività sismica. Si spiega anche che in caso di allarme nucleare sono previsti Piani di Emergenza pubblicati nel “B.O.E.”, la Gazzetta Ufficiale dello Stato, quindi a disposizione di chi li voglia consultare. Dalle “FAQ” apprendiamo anche che il Ministero della Sanità ed il CSN hanno elaborato un protocollo per tenere sotto osservazione le persone che stanno rientrando dal Giappone; si spiegano le diverse forma a cui ci si espone alle radiazioni ed i livelli in cui possono essere mortali. Apprendo perfino che la Spagna ha una scorta di oltre 850.000 tavolette di ioduro di potassio, che frena l’assorbimento dello iodio radiottivo che potrebbe emanarsi da un incidente nucleare e che buona parte di queste tavolette sono custodite nei pressi delle centrali.
Nel frattempo è scattato il piano del Governo per rimpatriare gli spagnoli che vogliono lasciare il Giappone. Non ho trovato nessuna indicazione simile alle “FAQ” spagnole sul sito del Governo italiano.

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Ci è piaciuto questo video di Beppe Grillo sul nucleare in Italia.
Carla Gagliardini da Londra ci ha segnalato questa lettera di Adriano Celentano al "Corriere" sul pericolo nucleare e le sue conseguenze. E sempre Carla, ha scritto questa lettera per un'amica giapponese e per tutta la popolazionedi quel paese.
Ciao Norie,

chissa' dove sei, chissa' se appartieni al numero delle vittime dello tsunami che si e' abbattuto sulle coste del tuo paese o se sei al salvo con la tua famiglia da qualche parte, magari cercando di capire cosa fare per scampare al possibile disastro nucleare che non si esclude affatto.

Ho provato a mandarti delle e-mails per sapere ma ancora non mi hai risposto. Questo silenzio mi preoccupa ma capisco che nella concitazione magari avrai delle altre priorita' che non quella di scrivere a un'allegra compagna di corso conosciuta in Inghilterra.

Il mio pensiero va a tuo figlio, cosi' educato, cosi' a modo. A quella giovane vita che non avrebbe dovuto conoscere la tensione e le paure che i mostri creati dagli uomini sviluppano e alimentano. Se lo tsunami non lo puoi fermare quelle maledette centrali, invece, si potevano non costruire.

Mi sono sempre domandata come mai il tuo paese investisse sulle centrali nucleari sapendo di farlo su un terreno altamente sismico. Certo ho le mie risposte e tanta rabbia in corpo. Ma oggi questi vengono in secondo piano perche' ora e' piu' forte il dolore difronte a un popolo traumatizzato. Oggi le lacrime scendono non sapendo dove sei, se sei viva, se la tua famiglia e' viva.

Non riesco a togliermi dalla mente il tuo sorriso e quella allegria che ha certamento dato sollievo ai grigiori delle giornate inglesi. La tua partenza, il tuo ritorno in Giappone con tuo marito e tuo figlio dopo cinque anni in Inghilterra, a me davano tristezza perche' tu non eri felice di quella scelta imposta da una compagnia che decide dove vivrai e per quanto, e perche' io perdevo una persona con la quale ragionare.

Mi trasmette terrore l'idea che quei reattori 3 e 4 possano saltare in aria, mi distrugge emotivamente dover affrontare le conseguenze di quello che sarebbe. Ci si sente cosi' impotenti verso la natura ma ci si sente totalmente schifati quando i "nostri politici" a fronte di un tale pericolo e disastro si ostinano a fare il loro percorso fregandosene delle conseguenze sulla popolazione che loro stessi sono chiamati a rappresentera e tutelare. Come e' avvenuto in Giappone e come qui, a casa nostra, vorrebbe che avvenisse l'attuale governo, che infischiandosene degli allarmi lanciati sulle conseguenze che avrebbe un esplosione nucleare ha sfoggiato il consueto cattivo gusto e l'arroganza alla quale, tuttavia, mi sforzo di non abituarmi.

Spero avremo occasione di parlare di queste cose e cosi' immaginero' che sorriderai come facevi quando ti raccontavo le mie idee politiche, la mia passione per le rivoluzioni popolari, il mio grande desiderio che fossero davvero le masse un giorno a governarsi e a decidere cosa fare, cosa volere per se stesse.

Il tuo sorriso mi e' rimasto stampato nel cuore e ora provo un dolore profondo.

Buona fortuna Norie, a te e alla tua famiglia e, se puoi, dimmi che state tutti bene.
Besos
Carla

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Il rovello dello scienziato
Di Francesca Congiu, Leeds

Di fronte a quello che Veronesi non definisce un "dietrofront", nel suo articolo odierno per Repubblica (leggi la lettera QUI), ma solo “l’esito di una riflessione”, chiamandosi fuori dalla polemica con esili puntigli linguistici, non possiamo non sottolineare l’irresponsabilità di chi, fino a ieri strenuo difensore del ricorso al nucleare, oggi ci informa così candidamente dei suoi dubbi. Cosa ha fatto in questo periodo il Professor Veronesi? Si è chiuso in un bunker e ha ignorato il dibattito in corso in Italia? Il suo nuovo trend ha infatti la lacca di un lusso che non possiamo permetterci. Sia perché dal suo scrupolo di coscienza dipende una linea politica che trae forza dalla sua autorità scientifica (ma, ribadiamolo, non sul nucleare) e fa discendere da questa stessa credibilità il consenso di tutto l’elettorato schierato ideologicamente con il centro-destra. Sia perché suona tremendamente cinico e insopportabile: dobbiamo forse attendere che si scateni un’apocalisse (errore umano, errore tecnico, qui la distinzione che fa Veronesi poco conta) perché il responsabile dell’agenzia per la sicurezza sul nucleare non incappi in un errore questa volta sì “umano”?

Nella sua lettera-articolo Veronesi inaugura la nuova linea della sua battaglia per il nucleare, come un “pensare più a fondo”, perché questo è il compito dello scienziato quale lui è, come si picca di ricordarci, senza ombra di dubbio. Forse, credo, farebbe meglio a ricordarlo a se stesso: invece che metterci al corrente del suo pendolarismo scientifico (pro, contro, ancora non so), dei suoi tardivi rovelli amletici, dei suoi esami di coscienza post eventum, rispolveri l’abbecedario del metodo scientifico il cui primo tassello è quella “raccolta delle informazioni” che, nel nostro caso, sono le voci del dibattito in corso da mesi in Italia, voci che devono essere tutte, obiettivamente e non pregiudizialmente, censite.

Il problema del nucleare, come le battaglie per i diritti civili, non dovrebbe essere ostaggio di ideologie di sorta, ma raccogliere obiezioni o consensi trasversalmente all’interno dello spettro politico nazionale. Agli “scienziati” in odore di mea culpa mi sento di dire che spesso la storia ci ha insegnato che la scienza usata come totem manifesta la stessa ottusità di un’ortodossia religiosa. I dati sull’ insufficienza delle fonti rinnovabili di energia come alternativa al nucleare,
spesso offerti come “incontrovertibili”, rivelano lo scarso coraggio della politica nell’affrontare decisioni scabrose e inattuali, nel rompere con il giogo di interessi economici consolidati, nel programmare seriamente in funzione dello sviluppo responsabile e della sostenibilità.

La posizione di Veronesi somiglia pericolosamente a quella dei consiglieri fraudolenti, categoria che, a guardare con attenzione la cosmologia dantesca, non si riscatta facilmente: il rischio della malafede in questo caso si profila non solo contro “chi non si fida” (che di fronte a ciò che sta accadendo continuerà a sorvegliare su facili entusiasmi nucleari), ma anche contro “chi si fida”. Per chi ragiona laicamente e si affida alle leggi e alla democrazia, la condanna ultraterrena
dantesca si traduce nella destituzione di responsabilità, nella critica all’autorità quando questa si dimostra incapace di gestire la cosa pubblica. E ancora, nella possibilità di esprimere la propria voce (forte, libera e responsabile) a difesa del futuro della nazione e contro coloro che, usando irresponsabilmente le etichette della scienza rischiano, questa volta senza aggiustamenti allegorici, la marca che definisce i fraudolenti danteschi: quella, fra gli altri, di traditori della patria.

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giovedì 17 marzo 2011

Per la nostra costituzione


Il testo completo della Costituzione italiana lo trovi cliccando QUI .
In questo post, scorrendo verso il basso, troverai i dodici principi fondamentali e tutti gli altri articoli citati dalle persone che hanno voluto esprimere un pensiero sulla nostra Costituzione.
Se vuoi aggiungere il tuo pensiero, scrivici a:
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Art. 1

L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.



Francesco, Losanna
 



La Costituzione si apre su democrazia e lavoro. Lascio ad altri, non per disinteresse ma per non dire sciocchezze, il tema del lavoro. Sulla democrazia, l'articolo 1 ha la concisione e l'esattezza dei classici del costituzionalismo moderno. L'Italia è democratica, perché la sovranità appartiene al popolo. Ma questa sovranità non si riduce alla sola dominazione della maggioranza, né tantomeno alla dominazione del' "unto" dalla maggioranza elettorale (figura peraltro sconosciuta al nostro sistema costituzionale, parlamentare). No: la democrazia – maggioritaria – si esercita "nelle forme e nei limiti della Costituzione". E dunque, per prima cosa, nel rispetto dei diritti fondamentali e della separazione dei poteri. Qui l'eco è forte del'art. 16 della Dichiarazione del 1789, altro classico indiscusso: "Toute société dans laquelle la garantie des droits n'est pas assurée ni la séparation des pouvoirs déterminée, n'a point de Constitution". La sovranità si esercita, anche ed in particolare, nel rispetto dello Stato di diritto. Il popolo sovrano si esprime per leggi approvate dal Parlamento, ed i giudici sono "soggetti soltanto alla legge" (art. 101), non agli umori dell'opinione pubblica. Così come, in nome dello stesso principio, il legislatore è soggetto al sindacato di costituzionalità (art. 134). Persino il potere costituente trova il limite dell'art. 139. Di una brevità tacitiana, l'articolo 1 riassume insomma l'essenza del costituzionalismo ed il rifiuto secco di ogni deriva populista ed autoritaria. Un articolo da mandare a memoria…

Art. 2

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Simone , Parigi


Di grande attualità questo articolo. Il decentramento é alla base di una democrazia solida, fondata sulla partecipazione e il rispetto di valori importanti, come la solidarietà, il vivere in collettività, ma anche il lavoro e la cultura (soprattutto per un Paese come l’Italia dove il locale ha un’importanza tutta particolare). Nuove e importantissime “missioni” sono oramai affidate all’azione dei comuni e degli enti locali che si trovano a doverli affrontare sempre più soli: immigrazione, povertà, disoccupazione, istruzione. Ma anche « il più ampio » decentramento serve a poco se lo stato non mette a disposizione le risorse necessarie. Il governo della destra ha condotto fino ad oggi una politica cieca e devastatrice, che ha tagliato fondi ai comuni (tagli per 1,8 miliardi di euro ai trasferimenti statali 2011 per province,300 milioni, e comuni con più di 5.000 abitanti, 1.500 milioni. Un taglio pari all'11,7%. E questo è solo un assaggio: nel 2012 i tagli erariali saranno ancora più tremendi e alle Province italiane sarà tolto ancora 1,5 miliardi di euro). Le conseguenze di queste politiche si faranno sentire, violentemente sui servizi e questo avrà un impatto enorme sulla società. La privatizzazione dei servizi non sembra tanto lontana. Ma le conseguenze già le consociamo (modello anglosassone esportato un po’ ovunque nel mondo…)…A questa belle manovrine si aggiunge la fantomatica legge per un federalismo fiscale “all’italiana” che sembra aggiungere altri problemi invece di risolverli…


Art. 3

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Lorenzo, 10 anni, Venezia:
L'articolo della Costituzione che mi ha colpito di più è stato l'art.3, dove si dice che tutti siamo uguali davanti alla legge, perchè io lo so già che siamo tutti uguali, anche se abbiamo nazionalità diverse e colori della pelle diversa, ma non pensavo che anche la legge lo sapesse. Adesso sono sicuro che anche se il mio amico Monan (Bangladesh) quando sarà grande sbaglierà, verrà giudicato come se fossi io!

Jacopo, Roma:
Analizzando entrambi i corpi dell’articolo, per quanto riguarda la prima parte mi pare che in Italia, ultimamente, siamo messi proprio maluccio, soprattutto perché l’articolo cita “condizioni personali e sociali”, ma il testo andrebbe aggiornato specificando il termine “economiche”. Se addirittura un capo di governo si può permettere di remunerare profumatamente prostitute, spesso minorenni, per i suoi “giochi porchici” viene violata palesemente (anche se a titolo “personale” ma, pur sempre tra una delle più alte cariche dello Stato stesso) moralmente la loro dignità sociale (ammesso che il premier stesso ritenga di averne, tra l’altro, una propria). E, davanti alla legge, sarà ancora più evidente, proprio per la loro diversa condizione personale e sociale, la loro disparità).

Ma se veramente vogliamo metterci a cavillare ci accorgiamo che l’intera maggioranza, negli ultimi anni, spesso ha violato la Costituzione nella stragrande maggioranza dei suoi articoli.

Il problema dell’articolo 3, però, volendo fare un discorso più ampio, è che le istituzioni della Repubblica non sono, ormai da troppo tempo, in grado di garantire la parità sociale e morale dei cittadini e degli stranieri che oramai fanno parte della nostra società e della nostra economia a tutti gli effetti.

Più che riformare le leggi e gli articoli costituzionali, come la maggioranza di Governo vorrebbe da tempo fare (purtroppo per proprio tornaconto più che per interesse sociale), sarebbe più opportuno riformare le istituzioni preposte a garantire il rispetto di quanto stabilito dalla Costituzione stessa, scritta più di mezzo secolo fa ma quanto mai attuale.

Katy, francese in Italia, Aosta:
Vista da una francese che 40 anni fa ha scelto di vivere in Italia e ancora non ha cambiato idea, l'Italia è una fanciulla che la sua giovane età rende talvolta un po' confusa e spesso anche assai confusionaria. Ha però dalla sua una sana e robusta Costituzione che basterebbe applicare per farne un paese moderno, credibile e affidabile.
Sporcaccioni, giù le mani dalla Costituzione !!!

Art. 4

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Art. 5

La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento.



Art. 6

La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche.

Art.7

Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.

I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.[1]

Art. 8

Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.

Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano.

I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze. [2]

Art. 9

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.

Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.


Francesca, Londra:
Una piccola grande vittoria a favore del patrimonio storico italiano e del suo paesaggio passa attraverso la Sardegna e conferma la validità del dettato costituzionale come espresso nel secondo comma dell’ articolo 9 della nostra Carta Fondamentale. Qualche settimana fa il Consiglio di Stato ha infatti emesso una sentenza che dovrebbe chiudere una delle vicende più tormentate nella storia recente della tutela dei beni paesaggistici in Italia. Le “mani sulla città” e, in questo caso, sulla necropoli punica del colle di Tuvixeddu a Cagliari (con migliaia di sepolture di epoca cartaginese scavate dal VI secolo a.C.) erano quelle del Comune e dell’impresa di Costruzione (Coimpresa), che avrebbero occupato 50 ettari di terreno con 260 mila metri cubi di edifici di lusso. La sentenza del Consiglio di Stato ha accolto il ricorso della Regione Sardegna e di Italia Nostra, ha confermato i vincoli che l'allora governatore Renato Soru impose su quell’area e ha bocciato una precedente decisione del Tar che aveva dato il via libera ai lavori. In che modo tale sentenza tiene a mente e applica il principio espresso dall’articolo 9 della Costituzione?

Secondo i giudici del Consiglio di Stato, non solo vanno sottoposti a tutela i beni archeologici, ma anche il contesto paesaggistico in cui questi sono inseriti: "Cura dell'interesse pubblico paesaggistico", si legge nella sentenza, "concerne la forma circostante, non le strette cose infisse o rinvenibili nel terreno con futuri scavi". Inoltre, altro punto di interesse, sostenere che il paesaggio è già gravemente manipolato, non è una buona ragione per danneggiarlo ulteriormente. Questo argomento, spesso sostenuto, come nel caso specifico, da chi propone di costruire in zone di pregio, ma occupate da altri edifici o da stabilimenti industriali, è stato fortemente contraddetto dai giudici, per i quali se un paesaggio ha perso la propria integrità ciò rappresenta un motivo in più per attivare forme maggiormente rigorose di tutela, non ulteriori spoliazioni.

Il caso di Tuvixeddu riporta al centro del dibattito le modalità con cui la promozione e con essa la tutela dei beni culturali devono essere espletate: se infatti si è passati col tempo da una concezione puramente statico-conservativa della tutela dei beni a una concezione dinamica, orientata al loro pubblico godimento (in quanto strumenti di crescita della società), i termini di tale promozione e tutela non consentono un intervento pubblico come “di parte” o “politico” (espressione solo della maggioranza), bensì come “imparziale” o “neutro”. Tanto meno tale promozione sarà tesa a soddisfare interessi economici privatistici che subordinano la “primarietà del valore estetico-culturale” ad un vantaggio particolaristico (ivi compreso quello economico), non ispirato al pluralismo culturale e quindi non indirizzato alla collettività (come sottolineava già una sentenza della Corte Costituzionale nel 1986).

L’annoso paradosso su cui si è avvitata storicamente l’amministrazione dei beni storico-artistici in Italia, fra l’ibernazione del paesaggio (il mito dell’intangibilità o “linea archeologica”) e la sua continua violazione (il “culto del mattone”, figlio di una cultura arcaica dove quel che conta è la rendita fondiaria o l’investimento in un beni immobili), cela l’esistenza di una terza (e più saggia) via, ancora poco praticata. Salvatore Settis nel suo Paesaggio Costituzione Cemento (2010) non si oppone alla possibilità di una trasformazione del paesaggio, ma a patto che questa interpreti la logica che il paesaggio contiene, una logica che è portatrice di valori civili e precipuamente nazionali. Allo stesso modo in un suo famoso discorso al Senato della Repubblica (14 aprile 1964) lo scrittore Carlo Levi aveva fotografato la “distruzione attuale” del patrimonio come una “perversione” che nasce dalla presenza di «forze negatrici della storia […] negatrici in generale di un qualunque rapporto di libertà». Si tratta di un «mondo totalitario privo di autonomia e quindi, di possibilità di forma, con la presenza di gruppi di potere mossi soltanto dal puro interesse economico, espressioni puramente economiche, in senso mercantile, di una civiltà di cosificazione dell’uomo».

I problemi del patrimonio artistico, problemi, se vogliamo estetici, non hanno un carattere puramente tecnico, ma si legano veramente a tutta la struttura di un Paese. Ecco perché il nostro patrimonio guadagna un’un’evidenza centrale tra i principi fondamentali della Costituzione: i beni artistici «organicamente e contemporaneamente connaturati alla dimensione civile della nazione», non sono «un ornamento a cui molti, i più, potrebbero essere indifferenti, di fronte a problemi più urgenti e più personali». Al contrario essi sollecitano quel principio di esistenza che riguarda, per ciascuno, «la sua individuazione storica, cioè la sua possibilità di essere, e di essere per il futuro, come portatore e creatore di storia» (Levi, 1964).


Gaetano, Seoul:
Ogni volta che mi soffermo a leggere la Nostra Costituzione, il tempo sembra soffermarsi e le parole scorrono lente e colme di significato; un significato che oggi sembra essere stato accantonato .
La Costituzione della Repubblica Italiana e' per me il breviario del prete, l'orsacchiotto dei piccoli dal quale non si staccano mai: e' la mia compagna, e' la mia fonte di ispirazione.
Se dovessi scegliere il più bello degli articoli della Nostra Costituzione sarei in forte imbarazzo ma ne cito due pieni della consapevolezza della centralita' della persona e della coscienza che l'Italia rappresentava ieri e dovrebbe farlo oggi la locomotiva europea e del mediterraneo, l'articolo 9, qui sopra, e l'articolo 37, che dice: La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore.
Le condizioni di lavoro devono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.


Art. 10

L'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.

La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.

Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.

Non è ammessa l'estradizione dello straniero per reati politici. [3]

Art. 11

L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Art. 12

La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni.

Monica, Salamanca
Questo è l'articolo di cui quasi tutti oggi si chiedono se davvero ce ne fosse bisogno, se servisse un articolo della Costituzione per descrivere la bandiera italiana. Forse perché nessuno più ricorda, o le maestre a scuola non spiegano più quella leggenda che da bambina mi lasciava sgomenta; che il verde è quello dei nostri prati, il bianco rappresenta la neve delle nostre montagne ed il rosso il sangue dei nostri caduti.
O forse perché qualcuno ha davvero seguito il consiglio del ministro Tremonti e si è fatto un panino con la Divina Commedia, si è mangiato quei tre versetti del Purgatorio in cui anche a me piace pensare che Beatrice appaia a Dante abbigliata con la prima bandiera italiana.

Art. 21

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell'autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l'indicazione dei responsabili.

In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell'autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all'autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s'intende revocato e privo di ogni effetto.

La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica.

Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni.


Remy, Aosta:
60 anni fa, all'uscita da una doppia guerra (anche quella civile di liberazione) i padri costituenti già pensavano a creare qualcosa che LI controllasse e controllasse ogni governo futuro. Ora dobbiamo difendere questa saggezza da continui attacchi populisti e, qualcosa comincia a muoversi.

Genny, Dublino:
La possibilità di manifestare liberamente il proprio pensiero, diritto garantito in Italia dall’articolo 21 della Costituzione, è viziato in partenza dal conflitto di interessi mediatico imputabile al primo ministro Berlusconi.
Tale conflitto di interessi presenta due grandi anomalie.
La prima anomalia riguarda il duopolio televisivo. Un imprenditore privato, Berlusconi, è
proprietario di un numero di reti pari o superiore a quelle dell’ente pubblico oltre che di testate
giornalistiche e varie case editrici. Questa anomalia era già presente in Italia prima dell’ascesa di
Berlusconi a primo ministro.
La seconda anomalia si concretizza quando Berlusconi diventa capo del governo e controlla così la maggioranza dei mezzi di comunicazione in Italia.
In nessun paese democratico si può essere monopolisti televisivi e stare al vertice del sistema
politico. Un capo di governo che possiede la maggioranza dei mezzi di comunicazione impedisce
di fatto la possibilità oggettiva che tutte le diverse opinioni vengano veicolate dai mezzi di
comunicazione.
Oltre che ad essere viziato alla base, il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero è
sempre più messo in discussione dalle numerosissime aggressioni verbali del governo a chi non ne condivide la linea politica e dai tentativi di intimidazione a forza di nuove proposte di legge al fine di imbavagliare le opinioni critiche nei confronti dell’operato di Parlamento e Governo.
Ricordo le recenti aggressioni verbali da parti di diversi esponenti del governo e della maggioranza alla manifestazione delle donne dello scorso 13 febbraio piuttosto che a quella degli studenti dello scorso autunno, il blocco delle intercettazioni, la legge bavaglio sui giornali, la recente proposta PDL di alternare settimanalmente i conduttori che di fatto permetterebbe al Governo di controllare il palinsesto televisivo pubblico.
Queste numerose aggressioni dimostrano quanto la libertà di manifestare liberamente il proprio
pensiero sia di fatto messa in discussione. Il governo dovrebbe essere il governo di tutti i cittadini, e non solo di una parte e come tale dovrebbe essere aperto a recepire e valutare le voci di tutti i cittadini indipendentemente dalla loro appartenenza politica.

Art. 29:
La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.
Il matrimonio è ordinato sull'eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell'unità familiare.

Monica, Salamanca:
Mi piacerebbe che nel ventunesimo secolo anche le coppie di fatto o quelle formate da persone dello stesso sesso vedessero finalmente riconosciuti i loro diritti come unità familiare. La loro eguaglianza morale e giuridica non è affatto diversa o minore, a mio avviso, da quella considerata valida nei matrimoni tradizionali.



Art. 36:

Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa.
La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge.
Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi.

Alessandro, Londra
In questa fase di riflusso e conflitto drammatico tra capitale e lavoro, appare quanto mai appropriato richiamare l'attenzione sul titolo III della Costituzione, che regola i Rapporti Economici della Repubblica.
L'articolo 36, secondo nel Titolo corrispondente, stabilisce innanzitutto che la retribuzione percepita da un lavoratore sia funzione della qualità e della quantità della prestazione. A parte l'ovvio criterio della proporzionalità tra "quantità" della prestazione e compenso, credo che la "qualità" della stessa non andrebbe solo misurata come difficoltà tecnica, competenza specifica o generazione di profitto, ma anche in termini di progresso e utilità sociale. Penso ad esempio alla scuola, alla ricerca universitaria, all'assistenza sociale, tutte professioni ad alto valore aggiunto e socialmente fondamentali, il cui mancato riconoscimento anche a livello retributivo finisce per agire da deterrente verso potenziali talenti che dovrebbero invece poter trovare uno sbocco proficuo in queste aree.

L'articolo evidenzia anche il significato sociale della retribuzione, che non rappresenta solo la contropartita di un servizio ma serve a garantire al lavoratore una vita libera e decorosa. Non vi e' vera libertà se il salario percepito non consente una vita dignitosa per il lavoratore e per la sua famiglia, se le esigenze base come il diritto a una casa o la possibilità di un'educazione scolastica per i figli sono negate per mancanza di risorse.

Infine, l'articolo tocca un punto che trovo centrale in questa fase storica: la non disponibilità di alcuni diritti. La legge stabilisce la durata massima della giornata lavorativa, ovvero la costituzione protegge il lavoratore dagli eccessi di sfruttamento tipici, ad esempio, della Rivoluzione Industriale, e ancora drammaticamente attuali in svariati contesti produttivi internazionali con i quali dovremmo "competere" direttamente secondo il pensiero liberista dominante. Ma il principio ha attualità anche in un contesto nazionale, se si pensa al lavoro nei campi del meridione gestiti dal "caporalato", o alla condizione di molti immigrati, o al diffusissimo lavoro nero che nega ogni diritto al lavoratore rendendo invisibile. Allo stesso modo, i diritti alle ferie e al riposo sono intangibili, e non possono essere resi oggetto di un contratto privato in quanto attengono alla sfera dei diritti inalienabili dell'uomo-lavoratore. Viene da dire che la Costituzione difende esplicitamente la causa per cui il gruppo autore di questo blog si era originariamente costituito (supporto alla FIOM nella vertenza con Fiat).




Art. 41.

L'iniziativa economica privata è libera.

Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza,
alla libertà, alla dignità umana.

La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e
privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.

Nicola, Londra:
Si tratta di uno degli articoli sotto attacco, il Governo Berlusconi lo vorrebbe cambiare perchè lega
con lacci e lacciuoli l’iniziativa d’impresa. Sarebbe uno dei migliori esempi di Costituzione Sovietica,
quindi in un vero stato liberale un tale articolo non ha da esistere. E’ vero invece il contrario: la
Costituzione nasce nel 1946, con alle spalle non solo la Resistenza e la Seconda Guerra Mondiale,
ma anche la crisi del 1929, quando un capitalismo senza freni portò alla catastrofe economica ed
indirettamente proprio alla reazione autoritaria in Europa. La Costituzione riconosce la centralità
dell’iniziativa economica privata, cioè del mercato. Ma parla anche dei limiti del mercato, che non
è sempre efficiente. Si tratta di un retaggio Marxista? E’ il frutto di quegli anni passati e dunque
inattuale? Andiamo per gradi:


• Trent’anni di deregulation e liberalizzazioni hanno portato alla crisi del 2007 e dunque in
realtà una mediazione pubblica all’egemonia del mercato è necessaria ora più che mai.
D’altronde è proprio Tremonti a scrivere libri e tenere conferenze sul pericolo dell’ideologia
mercatista e l’articolo 41 sembra proprio fatto per porre limiti a tale ideologia.

• Soprattutto non si tratta di un articolo di matrice Marxista, ma qualsiasi buon liberale lo
dovrebbe sottoscrivere. La teoria neo-classica riconosce l’esistenza di “negative externality”:
una transazione economica privata può avere l’effetto di arricchire i contraenti ma
impoverire il resto della società (“l’iniziativa economica non può svolgersi in contrasto con
l’utilità sociale”). L’esempio più ovvio è l’inquinamento. La stessa teoria economica prevede
che lo Stato intervenga (“la legge determina i programmi”) per evitare tale esternalità. Il
dettato Costituzionale segue dunque un liberalismo di buon senso e non un comunismo da
battaglia.

• Infine è davvero sorprendente che mentre industria e finanza scoprono, in ritardo sulla
nostra preveggente Costituzione, CSR (Corporate Social Responsability) e SRI (Socially
Responsible Investment
), l’attuale maggioranza di governo voglia tornare indietro di 30 anni.
I mercati finanziari riconoscono le responsabilità sociali dell’impresa ed i fondi che investono
in compagnie etiche e responsabili sono in costante crescita. In Italia questo mercato è
naturalmente marginale e sottosviluppato, quindi andrebbe incentivato e non certo punito
da iniziative politiche strumentali.

In conclusione l’art.41 non ha l’intenzione di uccidere il mercato, ma di salvare il capitalismo da
sè stesso, una cosa che i liberali da strapazzo dovrebbero forse tenere in considerazione prima di
lanciarsi in crociate ideologiche.

Simone, Londra
Ho letto la Costituzione della Repubblica Italiana più volte nella mia vita, dai tempi del liceo ad oggi. Inizialmente l'articolo 41 mi è sfuggito nella sua essenza ed importanza, ma a forza di rileggere il testo della Carta, esso è uno di quelli cui posso dirmi più affezionato. A maggior ragione in questi ultimi due decenni, in cui la logica liberista del "gli affari prima di tutto" imperversa. Il lavoro, l'individuo e la collettività ormai sono disprezzati e calpestati da un modello economico che è basato sulla menzogna secondo cui la libertà dell'imprenditore di arricchirsi ad ogni costo è foriera di un arricchimento generalizzato per un presunto effetto a cascata. Un modello de-umanizzato, non più al servizio della collettività, ma che sfrutta l'essere umano come si sfrutterebbe una macchina; un modello in cui non si lavora più per vivere, ma si sopravvive per lavorare, per produrre una ricchezza di cui solo una minoranza disumana e spietata godrà.
Credo, quindi, che leggere e far leggere l'articolo 41 sia importante per mantenere vive le coscienze ancora attive e risvegliare quelle dormienti. Per dire loro che un altro mondo è possibile e dobbiamo lottare per conquistarlo.

Art. 42.

La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a
privati.

La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di
acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla
accessibile a tutti.

La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata
per motivi d'interesse generale.

La legge stabilisce le norme ed i limiti della successione legittima e testamentaria e i diritti
dello Stato sulle eredità.

Nicola, Londra:
Anche in questo caso si tratta di un articolo che democratizza il mercato. La Costituzione
nuovamente riconosce il carattere “capitalista” dello Stato italiano, la proprietà infatti è pubblica
ma anche e soprattutto privata. Nuovamente però individua anche un limite alla proprietà privata, l’interesse generale. I fondamentalisti neo-liberali hanno a lungo insistito che l’inviolabilità dei diritti di proprietà è la conditio sine qua non per un adeguato ciclo di accumulazione capitalista: l’imprenditore che non è sicuro di poter godere dei frutti del proprio lavoro non avrà incentivi ad impegnarsi in attività di investimento. Il ragionamento non fa una piega, ma portato alle sue estreme conseguenze (la protezione del mercato viene prima delle esigenze della collettività) implica una dittatura del mercato su società e politica e rappresenta dunque un vulnus alla democrazia.
L’articolo 42 non mette in discussioni le basi del capitalismo, ma ne delimita i confini. Si tratta
della base politica dell’ embedded liberalism di Karl Polanyi, cioè il mercato esiste solo all’interno
della società e non al di sopra di essa. L’attività economica è parte della vita umana e ha su questa ricadute importanti, decisive; proprio per questo il cittadino-lavoratore, nei limiti garantiti dalla Costituzione e dalla legge, interviene per la regolamentazione di tale attività economica. In fondo l’idea è che il mercato, e dunque la proprietà privata in esso, non è un fenomeno trascendente ma un costrutto umano e come tale dagli uomini, democraticamente, può essere modificato.

domenica 13 marzo 2011

Per l'8 marzo

Gli articoli:
- I nostri diritti, tutti diversi e tutti uguali
di Genny Carraro


- La festa delle donne
di Carla Gagliardini

- Omaggio ad Argentina Altobelli
di Monica Bedana

- Figli o non figli, è davvero questo il problema?
di Veronica Collalti

- Per un'emancipazione maschile
di Irene Zampieron

- La donna-merce ed il capitalismo
di Nicola Melloni


- Nel nome del padre: un'Italia da decolonizzare
di Francesca Congiu

E...
... pensieri femminili sparsi


I nostri diritti – tutti diversi e tutti uguali
8 Marzo: i diritti delle donne


di Genny Carraro

L’8 Marzo viene celebrato come il “giorno internazionale della donna” in tutto il mondo. Questa giornata, anche se spesso strumentalizzata o svilita dalla società contemporanea, festeggia le conquiste politiche, economiche e sociali delle donne, e al tempo stesso risuona come un grido di speranza per quelle donne che ancora in troppe parti del mondo vedono i loro diritti di genere e di persone calpestati ed ignorati.

Il giorno internazionale della donna ha le sue fondamenta nella battaglia che per secoli le donne hanno combattuto per poter partecipare, in maniera egualitaria, alla società civile. Si è però dovuto attendere fino ai primi anni del XX secolo per avere i primi movimenti organizzati di donne. Ufficialmente “il giorno internazionale della donna” fu celebrato il 19 Marzo 1911 in Austria, Danimarca, Germania e Svizzera, quando più di un milione di donne e uomini marciarono domandando non solo il diritto al voto ed il diritto a partecipare alla vita pubblica, ma anche il diritto al lavoro, alla fine delle discriminazioni delle donne nella società.
Da allora la tutela dei diritti umani delle donne ha ricevuto un impulso significativo grazie agli strumenti internazionali e all’impegno profuso dalle Nazioni Unite nel loro riconoscimento e nell’elevamento dei relativi standard sociali delle donne.

A partire dalla Dichiarazione Universale dei diritti dell'Uomo del 1948 fino al recente Protocollo aggiuntivo alla Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne, i diritti delle donne sono stati oggetto di un lento processo di espansione e ridefinizione. La Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (Convention for the Elimination of all forms of Discrimination Against Women-Cedaw) approvata nel 1979 costituisce la piu’ estesa carta mondiale dei diritti delle donne e stabilisce gli standard di uguaglianza, punto di riferimento per le donne di tutto il mondo.

Ciò nonostante, sia in occidente che nei paesi meno sviluppati, si è ben lontani dal raggiungimento di pari diritti fra uomini e donne. Le quotidiane esperienze ci mostrano come nella stessa Europa, nei paesi piu’ avanzati dal punto di vista economico, le fasce della popolazione piu’ “deboli” siano ancora discriminate. Le stesse donne hanno ottenuto il diritto al lavoro, ma spesso le loro capacita’ non sono equamente valutate: per una donna nella maggior parte dei casi e’ molto piu’ difficile raggiungere posizioni manageriali, raggiungere un salario equiparato a quello della sua controparte maschile; spesso le donne occupano posizioni precarie; la mancanza di strutture adeguate per la cura del bambino precludono alla donna una carriera nel mondo lavorativo. Nonostante il livello di alfabetizzazione e di scolarizzazione delle donne sia aumentato, secondo il rapporto delle Nazioni unite del 2010 su 774 milioni di analfabeti nel mondo, i 2/3 sono ancora donne.

Tutti diversi e tutti uguali
Ai giorni nostri la diversità di genere viene misurata mediante i seguenti indicatori: la partecipazione al lavoro e le opportunità economiche, il livello di scolarizzazione, la rappresentanza politica e la partecipazione alla vita istituzionale, la salute e la longevità.
Tuttavia c’è un aspetto che non può essere tenuto in conto dalle statistiche: il raggiungimento dell’uguaglianza dei diritti economici, politici e sociali pare essere frainteso, anche dalle stesse donne, con il voler e dover essere uguali in tutto e per tutto agli uomini. Avere parità di diritti non significa infatti che le donne debbano pensare o comportarsi come gli uomini, raggiungere gli stessi obiettivi, fare gli stessi lavori, snaturare la loro parte femminile per essere quanto più “uguali” agli uomini. La stessa natura fisica della donna, donatrice di vita e madre, le assegna un ruolo inequivocabilmente diverso da quello dell’uomo, ruolo fondamentale ed al quale la donna non deve rinunciare per paura di essere “inferiore” all’uomo. Le donne sono uguali agli uomini, ma in modi diversi; le capacità delle donne sono in certa misura diverse da quelle degli uomini, devono essere sviluppate in maniera diversa, ma questo non rende donne ed uomini meno uguali le une agli altri. Questa consapevolezza dovrebbe essere il punto di partenza per un nuovo pensiero di noi donne.

Purtroppo in alcuni Paesi in via di sviluppo i diritti fondamentali della persona e i diritti della donna devono ancora essere formalmente assicurati sulla carta prima ancora che nella vita civile, e la diversità di genere si intreccia con una più generica lotta all’affermazione dei diritti fondamentali della persona, quali il diritto al cibo, alla salute, alla vita.

In ogni caso segregazioni e discriminazioni colpiscono tuttora non solo le donne, ma buona parte della popolazione mondiale, per motivi economici, culturali, sociali e geografici.
Il concetto di “pari diritti ed opportunità” è un punto cruciale per diverse fasce ai margini della nostra società. Quella parte di popolazione che presenta caratteristiche come disabilità, diverso colore di pelle, diverso orientamento sessuale o in generale bambini, vecchi, donne, combatte in tutto il mondo contro un’ingiustificata discriminazione per essere inclusa nella società e per il raggiungimento delle pari opportunità. Questa lotta spesso si basa su due fronti; uno che è la partecipazione nella società e quindi accesso all’educazione, ai servizi, all’occupazione, sanità, eguali diritti di fronte alla legge. Il secondo fronte, altrettanto importante, è la lotta per il raggiungimento della stima in se stessi, il proprio valore come persone, accettazione di chi si è, e di come si è, la propria dignità, l’indipendenza. È proprio attraverso l’accettazione di me stessa nella mia diversità di donna, di disabile e di straniera in Irlanda che ho imparato a capire che il mio diritto di sentirmi PERSONA va oltre la mia necessità di vedermi riconosciuti gli stessi diritti di cui godono gli altri. Come disabile i miei diritti sono diversi da quelli di una persona con totale integrita’ fisica; come donna i miei diritti devono essere diversi da quelli di un uomo perché le esigenze fisiche e psicologiche sono diverse; come italiana all’estero ho diritti diversi da un’irlandese o da un italiano in patria; ma la diversità dei diritti individuali trova ragione d’esistere solo nel totale rispetto dei diritti fondamentali, nella consapevolezza che siamo tutti ugualmente esseri umani.
Per raggiungere questa consapevolezza è necessario che cambi il nostro modo di pensare, di percepire ciò che è apparentemente diverso da noi.

“L’istruzione è l’arma più potente che si possa utilizzare per cambiare il mondo” (Nelson Mandela).
È educando dunque adulti e bambini, sensibilizzandoli sui diritti umani, sul significato delle parole umanità ed accettazione che possiamo abbattere le barriere tra i bambini in classe, tra persone di paesi diversi, tra uomini e donne, tra ricchi e poveri, tra persone disabili e non disabili…sono il rispetto e l’accettazione dell’altro che ci aiuteranno a considerarci gli uni e gli altri come esseri umani con uguali diritti. Questo strumento si rivela un’arma potente.

Nella mia esperienza con l’ONG Children’s Relief Fund, che opera nelle Filippine, uno degli obiettivi principali dei due centri di accoglienza per bambini di strada, fin dalla loro istituzione è stato quello di portare avanti progetti educativi e di formazione non solo per ridare speranza a centinaia di bambini, ma anche per promuovere una cultura basata sulla tolleranza e sul rispetto degli altri.

Penso che l’educazione possa essere la chiave di volta anche in Occidente, dove spesso è considerato un diritto già acquisito e consolidato. E’ vero però che i Paesi europei mostrano enormi differenze tra loro nella gestione delle pari opportunità.
L’Irlanda, ad esempio, che è il Paese dove vivo, si è classificata nel 2010 al sesto posto nella classifica mondiale “Gender Gap” del World Economic Forum, grazie soprattutto alla lungimirante politica di investimento nel settore educativo. Tuttavia il sistema politico sociale irlandese ha fortemente penalizzato la donna in quanto madre lavoratrice poichè le donne lavoratrici non possono usufruire di strutture pubbliche di supporto.

A circa un secolo dai primi movimenti organizzati per la “liberazione della donna” e per la conquista dei diritti economici, sociali e politici resta ancora molta strada da fare perché i diritti delle donne e delle minoranze siano universalmente riconosciuti. Malgrado ciò notevoli passi avanti sono stati fatti verso l’accettazione della donna nella sua diversità.

Mi piace pensare che in un futuro non troppo lontano le donne africane siano libere di scegliere chi amare e di denunciare i loro infibulatori; che le donne saudite possano sedere in parlamento e camminare per strada mostrando i loro occhi con orgoglio; che le donne italiane capiscano che l’emancipazione è poter decidere budget e diritti piuttosto che accettare compromessi basati sull’aspetto fisico e su scorciatoie degradanti; che tutte le donne del mondo possano essere madri e lavoratrici serene, che nessuna donna debba più aver paura di essere donna.

Da sei anni non vivo piu’ nel mio paese, lontana dunque dagli affetti e amici di sempre.
Quando si è all’estero forse questa è la cosa piu’ difficile da viversi, soprattutto in certi momenti.
E ‘ probailmente per questo che il regalo piu’ bello di questo mio viaggio oltre frontiera restano i tanti incontri fatti in questi anni con uomini e donne come me in fuga da qualcosa o meglio in cerca di nuovo : nuovi modi di vedersi, di sentire, di pensare . Oggi vorrei parlare delle donne che ho incrociato in questi anni, tutte magnifiche. Senza di loro le mie scoperte non avrebbero avuto lo stesso sapore.
E allora le ringrazio tutte, una ad una, le ringrazio per esserci state e per avere condiviso con me, tra tante parole, un pezzo di strada.
E parlando di loro penso al saggio di Hannah Arendt «L’umanità in tempi bui »(1) in cui la filosofa parla dell’amicizia. Essa dice che siamo portati spesso a vedere nell’ amicizia un fenomeno di intimità dimenticandoci cosí la sua rilevanza politica che si manifesta nel discorso, nel dialogo tra esseri umani.
La Arendt ricorda come nei tempi bui «in cui è forte la tentazione, di fronte a una realtà apparentemente insopportabile, di abbandonare il mondo e il suo spazio pubblico per un'esistenza interiore», l’incessante dialogo degli uomini e delle donne sulle cose del mondo diventi un antidoto alla disumanità. « Noi umanizziamo cio’ che viene nel mondo e in noi stessi solo parlandone e, in questo parlare, impariamo a diventare umani »(2).

Veronica
(1) Raffaello Cortina Editore
(2)« L’umanità in tempi bui » P. 85-86.

La festa delle donne

di Carla Gagliardini

Il giorno 8 marzo di qualche anno fa mi trovavo ad assistere ad un'udienza di separazione. All'epoca svolgevo la mia pratica legale per divenire avvocato. In aula erano presenti marito e moglie, i loro difensori, il giudice (donna) ed io.

L'udienza aveva i connotati di una commedia teatrale perche' la moglie sembrava recitasse un melodramma. Il giudice cercava di richiamarla alla serieta' quando improvvisamente qualcuno faceva notare che l'udienza si stava tenendo nel giorno della Festa delle Donne. Le donne presenti nella stanza, ad eccezione della sottoscritta, facevano sfoggio di modernita' dicendo che la Festa delle Donne era qualcosa di vecchio, da mettere nel dimenticatoio perche' non faceva altro che sottolineare un'inferiorita' delle donne che invece doveva essere combattuta. Insomma, la festa delle “poverine”. Il giudice (donna) proponeva quindi di celebrare anche una giornata come festa degli uomini.

Io seduta al fondo della stanza sorridevo per l'ignoranza e mi irritavo per la stupidita'. Prendendo un po' di coraggio facevo notare che la Festa delle Donne aveva un valore politico e sociale che pochi conoscevano ma che era ed e' importante ricordare.

Fu Rosa Luxemburg a proporne la celebrazione per ricordare le operai della Cotton, vittime del rogo appiccato dal loro datore di lavoro nel 1908 a New York come reazione allo sciopero che le operaie avevano imposto per rivendicare migliori condizioni lavorative. Una strage.

Alle mie parole segui' il silenzio e si valuto', giustamente, di continuare con l'udienza.

Chissa' se quelle altre tre donne presenti in udienza da quella giornata hanno imparato un pezzo importante della storia dell'umanita' e del cammino faticoso delle donne verso il raggiungimento di certi traguardi che per gli uomini, ancora oggi, sono dati per scontati?

Ci sarebbe da scrivere un'enciclopedia sulla storia delle donne, del loro coraggio, della loro determinazione, ma anche delle loro paure, dei soprusi che hanno subito e subiscono, dei loro silenzi.

Vorrei raccontarvi la storia di una ragazzina di appena 18 anni che pochi anni fa ha bussato alla porta dell'organizzazione per la quale lavoro in Inghilterra chiedendo di essere aiutata a prevenire lo sfratto che le era gia' stato notificato. Questa ragazzina si e' rivolta a me su suggerimento di sua madre, che a sua volta aiutavo. La madre le aveva detto: “prendi un appuntamento con Carla, e' una brava ragazza e ti puo' aiutare”. A volte si creano dei rapporti di simpatia con le persone che aiuto nel mio lavoro e certamente il rapporto che si era costruito con quella madre era uno di quelli. Cosi' mi sono ritrovata questa giovane donna di appena 18 anni e gia' madre di un bambino di 8 mesi. Una ragazza madre il cui compagno aveva levato le tende all'annuncio della gravidanza. Una ragazzina che non aveva ancora esplorato nulla della vita. Tuttavia era stata chiamata dalle responsabilita' del suo ruolo a crescere in fretta per poter dare una vita dignitosa a suo figlio. Ho provato ad aiutarla ma non sono riuscita a fare molto perche' lei voleva essere libera, voleva godersi i suoi 18 anni e non certo assumersi la responsabilita' di crescere un figlio. Cosi' un giorno ha lasciato la sua citta' e se ne e' andata a vivere a Londra. Il suo bambino lo ha parcheggiato dalla madre, che, pero', aveva altri pensieri. Sua madre, infatti, stava facendo una terapia per uscire dal tunnel dell'alcolismo e non poteva permettersi di fallire altrimenti avrebbe perso la potesta' genitoriale sul figlio piu' piccolo. Lo sfratto che avevo cercato di evitare e' diventato ovviamente esecutivo e la giovane ha perso la casa.
Mesi dopo sua madre non si presento' ad un appuntamento che avevamo fissato. L'ho chiamata e ho scoperto che la sua vita e quella di sua figlia si erano di nuovo trasformate in un inferno perche' la figlia era tornata a casa dalla madre e una sera, di ritorno da una serata con gli amici, era stata aggredita e violentata. Una storia triste.

Una storia molto triste, di degrado e di marginalizzazione. Una storia comune a tante donne giovani e meno giovani che non hanno la possibilita' di riscattare la loro vita ma che vengono affondate e annientate da una societa' troppo veloce e troppo distratta. Un destino segnato sin dall'infanzia da quelle istituzioni che non riescono o non sono interessate a creare le condizioni necessarie affinche' chi proviene da esperienze familiari e sociali difficili possa avere il diritto a riscattare la propria vita da quella condizione.

A quelle donne vorrei dedicare il mio pensiero di oggi nel celebrare la Festa delle Donne e vorrei che sapessero che esiste una parte della societa' che non e' cosi' distratta e che, a modo proprio, conduce ogni giorno la battaglia per la dignita' e il rispetto delle donne e dei loro diritti e in generale per la dignita' e i diritti di tutti gli essere umani.

Buona Festa delle Donne a TUTTE!


Un giorno ero diversa,
un giorno ero cieca,
un giorno ero un'aliena,
un giorno il mio sorriso era pazzia e la mia solarita' incoscienza;
ora vedo che posso sorridere ed essere ricambiata,
vedo che sono amata e considerata,
accolta in una terra straniera piu' che nella mia stessa terra.
Ora non sono disabile, non sono una donna incosciente, ma sono
semplicemente una persona. Genny


Omaggio ad Argentina Altobelli
di Monica Bedana
In un blog scaturito da un moto del cuore in appoggio ad un sindacato che non patteggia la dignità dei lavoratori ed in questo giorno dedicato a tutte le donne, mi fa piacere ricordare la poderosa figura di una donna unica nel panorama europeo del sindacalismo e della politica tra Ottocento e Novecento: Argentina Bonetti Altobelli.

A quasi settant'anni dalla sua scomparsa, mentre vediamo il nostro territorio alle prese con la globalizzazione, la crisi energetica, l'emergenza climatica e quella economica; constatiamo quotidianamente l'inadeguatezza del Governo dinanzi a tali congiunture; ci sembra irraggiungibile un patto sociale che possa risparmiare all'Italia un ritorno al feudalesimo; come donne, la nostra dignità è vilipendiata quasi quotidianamente dalle parole e dagli atti del nostro primo ministro... in un momento storico come questo è necessario più che mai tenere vivo il ricordo di chi, come Argentina, fondò il sindacato dei lavoratori agricoli e fu pioniera nella lotta per l'emancipazione delle donne.

Nel 1901, a Bologna, con il decisivo contributo di Argentina fu fondata la Federterra, prima organizzazione sindacale agricola in Italia. La Altobelli fu segretaria nazionale della Federterra dal 1905 al 1922; fu inoltre dirigente socialista con Turati e la Kuliscioff (senza peraltro risparmiare critiche feroci ai massimalisti del partito, atteggiamento che probabilmente le costò l'oblío in cui sono cadute la sua opera e la sua figura) e si adoperò con energia per la creazione della Cassa Nazionale Infortuni, gettando cosí le basi dell'Inps. La sua opera ci riporta alle origini rurali del movimento socialista nel nostro Paese, al radicamento del sindacato nelle campagne dove ancora imperava il latifondo, alle lotte per il miglioramento dei salari, delle condizioni di lavoro, degli orari ma, soprattutto, di una forte strutturazione del collocamento, vera strategia di Federterra e “la salvaguardia di ogni conquista”, secondo la stessa Altobelli.
Tuttavia preferisco ricordarla, più che per la sua straordinaria attività sindacale e politica (di palpitante attualità, a mio avviso) per quella profonda convinzione che fosse inconcepibile avanzare sulla via delle conquiste sociali e politiche senza coinvolgere le donne in questa lotta, anzi, senza farne il perno.

Più di cent'anni fa Argentina reclamava per le donne del mondo rurale la difesa dei diritti civili, il diritto all'istruzione, alla casa, ai servizi sociali per loro e per i loro figli; lottò per garantire agli emigranti italiani tutela ed accordi sindacali nei paesi di accoglienza, dagli Stati Uniti all'Argentina (e come italiana all'estero ciò non può che ammirarmi); si impegnò addirittura per ottenere a quell'epoca una legge che permettesse il divorzio... oggi invece, secondo l'ultimo Report del Weforum, apprendiamo con tristezza che le condizioni di vita della donna italiana peggiorano nel tempo e che il divario di genere nel 2010 collocava l'Italia al 74º posto su 134 paesi presi in considerazione. Divario di genere significa meno opportunità di accesso al mondo del lavoro (in Italia, meno di una donna su due lavora fuori casa), a quello dell' istruzione, meno tutela sanitaria, meno peso nelle istituzioni, nella politica, nell'economia. Eppure è la donna a far da scudo contro gli effetti devastanti che la crisi economica mondiale provoca sulle famiglie; il lavoro di casa pesa quasi esclusivamente su di lei, cosí come i figli, che non riescono a rendersi indipendenti a causa della precarietà del lavoro, o gli anziani, sempre più spesso accuditi in casa per insufficienza di strutture adeguate od impossibilità di affrontarne la spesa da parte delle famiglie.

Dovremmo rispolverarlo, lo spirito di Argentina. Perché il suo modo di fare politica e sindacalismo fu sinonimo di sviluppo civile e culturale, indicò la via per le grandi conquiste sociali del secondo dopoguerra ed ora le stiamo perdendo, come donne e come cittadini, tutti.



Figli o non figli, è davvero questo il problema ?

di Veronica
Collalti
Il 2010 è stato un’anno « fertile » per molte delle mie amiche italiane. Dopo una lunga attesa, non sempre voluta, molte di loro hanno deciso di vivere questa esperienza. Tutte over trenta si sono dette sicuramente « O ora o mai piu ».
Quello che forse non tutte sapevano era che questa scelta non è piu’ in Italia cosi’ scontata.
Nessuna di loro ha infatti avuto la maternità. Ma come è possibile ? La maternità non è un diritto ?
Documentandomi un po’ ho scoperto che in Italia il 43% delle donne con meno di 40 anni e il 55% di quelle sotto i 30 (1), se decidono di avere un figlio non accedono alla maternità non rientrando tra le categorie tutelate dalla legge 53/2000.
Per capire come si è potuti arrivare a questo punto basti pensare che la legislazione sulla maternità vigente nel nostro paese è stata ideata negli anni 70 (2) pensando a un mercato del lavoro tradizionale, quello centrato sul lavoro dipendente e a tempo indeterminato.
Oggi giorno con la precarizzazione del lavoro la maggioranza delle giovani madri non rientra piu’ nei vecchi criteri.
Il problema del diritto alla maternità è a dire il vero solo l’inizio di una vera odissea o meglio di un vero « travaglio » per le coraggiose neo-mamme italiane, amiche comprese.
Basti infatti pensare che in Italia il numero di asili nido è tra i più bassi d'Europa e che il rapporto tra posti asilo e numero di bambini nella fascia di età 0-3 anni è inferiore al 15% (3) contro circa il 50% in Danimarca e il 35-40% in Svezia e Francia.

E’ forse per questo motivo che alla nascita del primo figlio, un’italiana su cinque è costretta a lasciare il lavoro per accudire la famiglia. E se neglia ltri paesi europei l’occupazione femminile aumenta con l’età dei figli in Italia questo non succede.

Non c’è dunque da stupirsi che il 77% dei compiti domestici e famigliari sia ancora a carico delle donne e che quasi tutti gli anziani (83%) siano accuditi da un membro femminile della famiglia.(4)

Risultato in Italia non solo abbiamo il tasso di occupazione femminile tra i più bassi d'Europa, ma anche quello di fertilità.

Il legame stretto tra mancanza di politiche sociali e il calo della fertilità delle donne italiane risulta ancora piu’ evidente prendendo ad esempio due regioni estreme, la Campania e l’Emilia Romagna, (la prima ha un tasso di occupazione femminile del 27,3 per cento, la seconda del 62,1 per cento), in 15 anni in Campania si è passati da un numero medio di 1,51 figli per donna a 1,42, mentre in Emilia Romagna nello stesso periodo si è passati da 0,97 a 1,48.

Prova del fatto che alla lunga le politiche di sostegno all’occupazione femminile, a cominciare dagli asili nido, producono effetti positivi anche sotto il profilo della natalità.
La situazione è destinata a peggiorare notevolemente nei prossimi anni se si pensa che oggi per supplire alle mancanze del servizio pubblico si ricorre alla solidarietà intergenerazionale, ma cosa succederà quando a causa dell’aumento dell’età pensionabile questo esercito di nonne tuttofare non potrà piu’ aiutare figlie e nipoti ? Chi le aiuterà ? chi ci aiuterà ?

(1) Dati Istat.
(2) Legge fu quella sulla maternità del 1971 che estese la tutela della maternità alle lavoratrici dipendenti.
(3) I servizi per l’infanzia, che si rivolgono ai bambini sotto i tre anni, a livello nazionale fanno tuttora riferimento
alla legge 1044 del 1971, che istituiva il servizio asilo nido comunale.La copertura era pari al 6% prima del piano
straordinario per gli asili nido varato dal ministro Rosy Bindi (Piano di sviluppo del sistema dei servizi socio-
educativi per la prima infanzia, 2007)
(4) Pensare l’impossibile di Anais Ginori, P. 109
Per un'emancipazione maschile

di Irene Zampieron

Per il prossimo 8 marzo, una riflessione mi sta molto cuore.
È la questione dell'emancipazione maschile. Sembrerebbe questa una questione deviante dalla significato della festa delle donne, è invece, a mio parere, centrale e profondamente intrecciata alla più conosciuta e chiacchierata emancipazione femminile; cercherò qui di mostrarne le ragioni.

Se alle conquiste formali da parte dei movimenti femministi e delle donne in generale, dal diritto al voto alla legalizzazione dell'aborto alla fondazione delle pari opportunità, non ha corrisposto una reale evoluzione culturale è perché il modello patriarcale non è stato mai in verità messo in crisi.
Malgrado le intenzioni e i manifesti dei movimenti femministi degli anni '60 e '70, il modello che storicamente ha preso piede è quello di un'emulazione delle ambizioni maschili e dei comportamenti derivanti: priorità della carriera e dell'ascesa sociale, conseguente riconoscimento personale nell'ambito della riuscita sociale da un lato, grande competizione e tendenza all'esclusione o umiliazione del più debole dall'altro.
È avvenuto uno sdoppiamento nel modello di donna, da un lato l'emulazione del ruolo dell'uomo voluta emancipante, dall'altra la sottomissione al modello secolare, ora divenuto iper-marcato e iper-provocante della donna oggetto. Le degenerazioni dell'immagine della donna come oggetto sessuale e estetico di cui le produzioni televisive, italiane soprattutto, e della moda in generale sono frutto e non hanno nulla di nuovo rispetto a questa secolare inclinazione che potremmo riassumere nell'idea della Donna come oggetto e simbolo del desiderio.
Nella nostra contemporaneità sembrerebbe che tale adeguamento e umiliazione della donna a un modello storicamente determinato venga considerato dalle donne e dalla società come frutto di una libera scelta. Conseguenza questa della indiscussa presa di coscienza che il secolo XX ha fatto della presenza e rilevanza intellettuale e politica, cognitiva e fisica della donna. Senza mettere in discussione alcuna la nozione di libero arbitrio dell'essere umano, femmina o maschio che sia, mi sembra che tale considerazione sia semplicistica e se vogliamo riduttiva rispetto alla portata della cultura dominante che l'impianto dei mass-media amplifica a dismisura, e che la sottocultura di massa porta in sé. Fin qui nulla di nuovo. Proprio nulla di nuovo nella continuità liberalista e neo, di un sistema in cui la competizione feroce e la logica del vincente determinano sempre più le azioni e il modello di sviluppo di ogni individuo, l'unico cammino – apparente – verso la riuscita sociale. Siamo sempre e ancora di fronte a un problema culturale. E un problema che non riguarda solo una parte della società, ma la società tutta e di tutti i generi.
L'idea profondamente rivoluzionaria del movimento femminista, per come almeno lo leggo io, era di creare una nuova forma di società in cui il potere – istituzionale e individuale – e i suoi ruoli venivano ripensati in modo non gerarchico, non prevaricante e in cui le relazioni interpersonali e umane avrebbero preso la centralità e rilevanza necessaria alla convivenza non solo civile ma armoniosa delle donne e degli uomini; se queste utopiche premesse sono vere, allora tali rivendicazioni dovrebbero appartenere a tutti gli individui, uomini e donne, che della società vogliono far altro che un luogo di competizione d'eredità hobbesiana.
Il modello dell'uomo per come secolarmente è stato vissuto, ancora permea e plasma a sua immagine il funzionamento delle istituzioni e delle relazioni, soprattutto se professionali. Il mito della forza è ancora lungi dall'essere superato. Come la timidezza, la (iper)sensibilità è tacciata sempre più di handicap e quasi malattia sociale, soprattutto se rispetto a un uomo: in uno schema ancora marcatamente sessista l'imperio delle emozioni o semplicemente la presa di coscienza d'individuali fragilità, se alla donna sono in qualche modo permesse (privilegio del sesso debole) , l'uomo viene ancora subitamente imputato – forse implicitamente, ma non per questo meno perentoriamente – di inadeguatezza e eccentricità, di scomoda bizzarria per l'equilibrio che sottende il dictat capitalista del lavora-consuma-crepa. Come ci mostra Zigmunt Bauman, la società contemporanea si sviluppa su una cultura dei rifiuti, degli scarti degli oggetti come delle persone di troppo: questo permette il perpetuarsi dell'incessante produzioni di novità materiali o culturali che siano, rendendo in verità solo “permanenti gli scarti” privati di un qualsiasi valore e significato.
Se non l'unica, una causa è sicuramente nella supremazia del modello di fredda razionalità, di calcolo e opportunismo, di riuscita economica e professionale come metro di valutazione della riuscita individuale – dio della società contemporanea, post-femminista, post-diritti dell'uomo, post-politicamente corretto. La grande conquista è che la donna può partecipare in modo più o meno egalitario (le disparità salariali continuano a essere evidenti) a tale scalata socio-economica. La grande sconfitta è che il peso della struttura individualistica e di lotta del più forte, è sulla sua pelle come su quella del suo compagno.
La mia idea di fondo è molto semplice, per cominciare a porre rimedio all'attuale società atomizzata, per creare una reale alternativa di società, l'emancipazione non può essere escludente.
La faccia più imbarazzante e sfacciata del problema: il corpo delle donne come viatico pubblicitario, come merce di scambio, privato di qualsiasi valore che non sia prettamente di richiamo sessuale è un'umiliazione per ambo i sessi. Per le donne per l'estraneità e il ribrezzo delle proprie forme familiari esposte alla mercificazione senza sensibilità né sensualità alcuna, per gli uomini per i costanti richiami all'eccitazione sessuale, alla loro parte meno razionale e più intima. È questo un attacco frontale e violento all'intimità, immaginativa e fisica di noi tutti. Un ricatto alla speciale bellezza di ogni donna costretta quotidianamente a confrontarsi con perfezioni e forme di plastica e alla libertà dell'immaginazione e della scoperta dell'uomo divenuto schiavo, lui pure, di un'immagine di plastica che nulla ha della bellezza reale.
Per riconquistare la dignità e un'idea di futuro, il cammino è di uomini e donne è sempre più enlacé.

Dopo tutti questi anni di lontananza, ho ancora la pancia regolata sul fuso orario di Padova. E non solo quella. Fosse per me, a letto con le galline e sveglia all'alba col gallo, quando ancora “non sono state stese le strade”, come dicono qui. Ma come si fa a pranzare quasi alle tre del pomeriggio e cenare dopo le dieci di sera, non è umano... E cosí, tutti i giorni, a mezzogiorno e mezzo, presa da disperazione mi tuffo in un cappuccino doppio e azzanno una brioche, nel tentativo di sopravvivere fino al mezzogiorno spagnolo. Nel frattempo leggo che gli uomini spagnoli si occupano delle faccende domestiche 80 minuti di più di quelli italiani in una settimana (80 minuti sono tanti, cazzarola!), vedo una foto di Silvio che si fruga in bocca per mostrarci che gli manca un dente (mi mancava solo di vedergli le gengive, a quest'uomo!Mi fa quasi passar la fame) e chiama pure mia suocera. Mi chiede “che fai?”
”mangio”,
“a quest'ora?”
“sí, non resisto e tu che fai?”
“sto cuocendo la pasta per metterla in tavola quando arriveranno gli altri, verso le due e mezza”
“a quest'ora?”. Non c'è verso. Né per me, né per lei.
Monica

La donna-merce ed il capitalismo

di Nicola Melloni
Parlare della condizione femminile nel 2011 non è semplice. Il bunga-bunga, le veline, le letterine ci danno un panorama dell’Italia a dir poco inquietante e ha portato oltre un milione di donne (e di uomini) in piazza a protestare contro questo scempio. Ma il problema non si ferma a questo dato culturale, seppur rivoltante. All’inizio della seconda decade del nuovo millennio esiste ancora una questione femminile che va oltre Berlusconi. Una questione di genere, di cultura, di opportunità ma che, a mio parere, parte principalmente dalla condizione materiale. Proprio per questo, a volte qualche numero può parlare delle donne più di tanti discorsi. E allora vediam cosa vuol dire essere donna nel 2010 intorno al mondo, e cominciamo a dire che le donne soffrono molto più degli uomini nelle situazioni di povertà. A livello globale, ogni minuto una donna muore per complicazioni legate alla gravidanza o al parto, pari a circa 500 mila all’anno – ed il 99 percento di queste morti avviene nel Sud del mondo. Nell’Africa Sub-Sahariana una donna su 22 muore per problemi di questo tipo,
una su 7 in Niger, mentre in Svezia si parla di una su 17,400. Una bambina nata in un paese in
via di sviluppo ha il dieci percento in più di possibilità di un bambino di non finire i cicliscolastici obbligatori. In Cina molte bambine vengono uccise alla nascita come conseguenza indiretta della politica “un figlio per coppia”. Le famiglie contadine continuano a volere un figlio maschio ed il risultato è che a tutt’oggi in Cina ci sono oltre 30 milioni di uomini che non potranno trovare una compagna.

La situazione è molto migliore in Europa e nel mondo occidentale, dove le donne hanno un livello di scolarità superiore agli uomini e dove, a partire dagli anni ’50, la quota di partecipazione femminile alla forza lavoro è aumentata in maniera decisa. Tutto bene, dunque? In realtà, non proprio. Le donne partecipano di più alla creazione del reddito nazionale, ma vengono comunque trattate come lavoratori di serie B. Negli Stati Uniti le donne guadagno in media il 75 percento di quello che guadagano gli uomini, un divario che si sta allargando e non riducendo nell’ultima decade. In Europa il gap salariale è del 17.5 percento. L’Italia ha un gap salariale molto inferiore, attorno al 5 percento
secondo i dati della EU, ma il dato positivo nasconde in realtà un problema molto grave, e cioè che la partecipazione delle donne alla forza lavoro è molto più bassa che nel resto d’Europa: solo il 53 percento delle donne sono impegnate nel mercato del lavoro contro il 74 percento degli uomini – le possibilità di guadagno sono strozzate in fieri, escludendo le donne dal lavoro. Inoltre la crisi economica, anche nel mondo occidentale, colpisce le donne in maniera sproporzionata, e quasi tutti i paesi europei hanno effettuato tagli ai programmi di maternità per cercare di contenere il deficit.

La situazione è ancora peggiore per quel che riguarda l’accesso delle donne a posizioni di comando, avendo solo un quarto delle possibilità di un uomo di essere elette in parlamento. Certo nei paesi Nordici le donne che siedono negli organi legislativi sono oltre il quaranta percento, ma nel resto d’Europa appena il venti, in Africa il diciannove, in Asia il diciotto.

Questi crudi numeri cosa ci dicono? Che le donne, nel 2011, vengono sfruttate, che sono ancora lontane, lontanissime dalla parità. Che certo, la condizione delle donne è migliorata, nel mondo occidentale nell’ultimo mezzo secolo, ma anche in questo caso si tratta di fare una analisi più accurata. Fino ad un paio di decadi fa la condizione femminile è migliorata sia in termini assoluti che relativi, riducendo il gap che le separa dagli uomini. Ma questo gap ultimamente ha ricominciato ad allargarsi. E’ un dato che non è soprendente. Il capitalismo senza freni degli ultimi decenni sta riproponendo livelli di diseguaglianza che sembravano appartenere al passato e sono i più deboli a soffrirne di più, soprattutto le donne. Una parte sostanziale dei problemi delle donne è dunque legata al modello di sfruttamento capitalista, che le tiene in povertà nel sud del mondo, che le tratta come cittadine di serie B nei paesi ricchi, un modello di sfruttamento che basa la sua ragion d’essere sulla diseguaglianza. La messa in discussione di questo sistema è il passo fondamentale per la vera
emancipazione femminile.



Per finanziare i miei studi astratti, sono diventata portinaia del palazzo di studenti dove vivo. Stamattina giorno di pulizia. È sempre un gran giorno.
Così mi sono alzata, ho messo su un vecchio disco di Mina, e bevendo il caffé sono scesa nei panni delle sue magnifiche donne. Qualche decina di minuti dopo, canticchiando a mezza voce, sorridevo alla me stessa in abito a fiori armata solo d'aspirapolvere e malinconia vecchio stile.
Irene


Nel nome del padre: un'Italia da decolonizzare

di Francesca Congiu

Era sincero Silvio Berlusconi quando diceva che per lui Karima El Mahroug era senz’altro la
nipote di Muhammad Hosni Mubarak. Né di fronte alla sua etica, la sua formazione, i modelli
socio-culturali che ne attraversano la carriera lavorativa e politica, è paradossale credere
che per il Presidente del Consiglio intrattenere rapporti sessuali con una ragazza di 17, 18,
25 anni sia un fatto normale, lecito. Nella sua visione antropologicamente chiara dei rapporti
fra i sessi e dei ruoli dei rispettivi, non può che essere auspicabile e soddisfacente per una
donna concedersi al capo (o comunque ad un uomo potente), così come auspicabile deve
essere per una donna bearsi del suo corpo reificato, reso accessibile e passivo oggetto di
desiderio. E, come unica contropartita, soddisfarsi di un guardaroba firmato, un portagioie
zeppo di bigiotteria (più o meno a buon mercato), un alloggio e una macchina per spostarsi
e “fare presenza” nelle strade trafficate di una città, per andare al mercato di se stesse o una
manciata di minuti di televisione, più o meno da svestite (che suggellino, nel segno del corpo, una carriera impostata e giocata sul corpo).
Per coerenza mi dico, e provocatoriamente, Silvio Berlusconi, che è padre di famiglia,
dovrebbe trovare altrettanto normale che una delle sue figlie possa voler ricambiare il favore, almeno come gemellaggio simbolico, con un altro Capo di Stato.
Se così non è, se questa normalità non appare tanto immediata, si pone un altro problema
(qualora non lo fosse già, ragionando per paradosso, quanto finora dato per regolare e
incontestabile).

È qui che si solleva il velo dell’ipocrisia di quanti credono non si debba “mettere il naso” nella vita privata di un cittadino, anche o per il fatto che questi sia il più importante uomo politico del Paese; è qui che si rende esplicito l’abuso del potere, anche se le garanzie del nostro
sistema giudiziario ammettono l’innocenza fino a prova contraria; è qui, nella sua modalità
di essere padre che si manifesta il grado di attitudine di un cittadino a governare un Paese
che si vuole fondato sull’uguaglianza e la libertà. La sua attitudine cioè a diventare, volenti o
nolenti, un “padre della patria” (locuzione di cui si sente e si legge molto in questi tempi di
celebrazioni e ricorrenze).

Molte parole si sono spese sullo scaltro sistema mediatico berlusconiano, sulla sua capacità di
infiltrarsi in quella intercapedine socio-culturale di circa un trentennio fa (“paving the road”
per la sua discesa in campo degli anni ’90) , sull’abilità cioè di travasare una vecchia etica in
una nuova estetica. Michela Murgia (nel suo blog, 26 febbraio 2011) descrive bene come e da
chi è stata occupata quella bolla di vuoto nell’immaginario femminile, fra la donna-soggetto
degli anni settanta («modello che mi era arrivato distorto e impraticabile») e la donna-oggetto degli anni ottanta: «Altre donne risolsero la contraddizione facendosi protagoniste della
libertà di restare graziosi oggetti. In nome di quella libertà non fu facile discutere la loro
scelta; sembrava persino sensato affermarsi mutando in arma quello che fino a quel momento
era stato un campo di battaglia degli interessi altrui».

Attraverso le parole della Murgia, ma anche attraverso quelle di Elisabetta Rasy (Il Sole
24ore, 6 marzo 2011) filtra la fondamentale contestazione del falso mito dell’uso disinvolto
del corpo, sbandierato con troppa ingenuità dalla recente “beffa” delle due radicali Annalisa
Chirico e Annarita Di Giorgio, per cui «le fanciulle ospitate da Silviuccio erano pienamente
consapevoli e libere di utilizzare il proprio corpo come volevano» (Libero, 2 febbraio
2011). Ciò che a ben vedere è sfuggito alle due radicali è che questa condotta ammantata
di libertà è in realtà frutto del grande fraintendimento alimentato dai modelli dominanti: il
successo sociale e politico, l’empowerment come finalità, da raggiungersi a tappe intermedie, gradualmente marcando quei micro-obiettivi (di esposizione del corpo) che sono diventati l’unico cursus honorum dell’ascesa sociale (identificazione e riconoscibilità) delle donne italiane. Chi sceglie un’altra strada, chi si vuole identificare con un lavoro che derivi dalla professionalizzazione, dallo studio, dal confronto col mondo vero (non con i sotterranei delle ville di Berlusconi), o vive da reietto o deve lasciare il suo Paese.

Dove si misura il fallimento e l’insufficienza della condotta pubblico/privata di Berlusconi
per la vita dei cittadini e delle cittadine italiane è proprio nel difetto di emancipazione che la sua azione ha rappresentato e continua a rappresentare. Emancipazione, cioè, come libertà di scegliere la propria forma di successo e di realizzazione. Il portato più evidente è infatti una logica della sottomissione, oserei dire della colonizzazione, l’esternalizzazione del principio repressivo di ogni potere totalitario che si manifesta col disprezzo, abilmente mascherato, nei confronti di chi si ritiene inferiore.

Potremmo applicare alla condotta di Berlusconi ciò che il critico Homi K. Bhabha scrisse sulla
menzogna del colonialismo e la sua capacità di persuadere e anestetizzare le popolazioni
con operazioni di facciata (embellishments), proposte come missioni di civilizzazione (di emancipazione) da una condizione di minorità sociale, economica, morale (la missione civilizzatrice del colonizzatore sul colonizzato).

Smascherare questa subliminale, ma percepibile (ancora agli occhi di chi la vede) concezione
denigratoria della donna italiana e non smettere di mostrare questa contraddizione, significa
lavorare per la libertà dell’Italia tutta, perché quel modello di colonizzazione perpetrato su
una componente del corpo sociale singolarizzata e isolata dal punto di vista del genere, è solo
una delle manifestazioni dello stesso principio su altre categorie.

Per non sottomettersi ai micro-obiettivi di cui l’empowerment ha necessità, bisogna ripartire dalle finalità, avere cioè chiaro in mente quale orizzonte di senso, morale, civile, etico si
vuole raggiungere e, se necessario, battersi per ripristinarlo. Perché si sono mescolate le
carte e gli anti-modelli comportamentali hanno imposto obiettivi alla rovescia, che non
conducono più alla capacità critica, alla consapevolezza del proprio posto nel mondo, al
sapersi orientare nel mondo stesso. Le risultanti, i comportamenti, sia verbali che non verbali
(alla base della stessa didattica scolastica, che forse il mondo politico dovrebbe riconsiderare
con attenzione), sono le uniche manifestazioni osservabili dell’apprendimento e ci dicono
quanto quest’apprendimento abbia aiutato a raggiungere l’autonomia, la libertà di giudizio,
l’autodeterminazione. Oggi il quadro è desolante.

Smascherare il progetto “coloniale” dietro il trattamento del soggetto femminile, significa
smentire che l’unico modello di vita possibile e auspicabile sia quello dominante, concesso
a patto di perdere di vista il proprio orizzonte di senso, introiettando un pattern di successo,
che, quand’anche condiviso, sarebbe simile, ma attenzione, non proprio uguale, a quello di
chi ne è dispensatore. Perché il colonizzatore concede la possibilità di un’approssimazione,
anche una vicinanza intima alle volte, ma sempre “al servizio”, cioè avvalorando quella
differenza che è il principio della sottomissione e dell’ inferiorità, quella ripetizione di segni
culturali che emergono come differenti, come mutazioni, («rather than the real thing», ancora Bhabha) e che fanno del colonizzato, del subalterno, il segno per cui il “quasi lo stesso” viene riconosciuto come «not quite» cioè come «inappropriate».

Il nostro compito di donne e di uomini, cittadini di uno Stato che garantisca libertà e
uguaglianza è quello di non cedere alla paura o al sospetto di essere “fuori della realtà”,
disposti solo a rincorrere utopie o irraggiungibili ribaltamenti del “così va il mondo”.
Ricordando i vari Gobetti, Bauer, Rosselli, Gramsci, Arturo Colombo diceva che, al contrario,
più il mondo appare nelle mani dei violenti, dei rozzi, degli intolleranti, più si rafforza il
bisogno, o meglio il dovere, di vivere “come se”, come se si fosse in un mondo conforme ai
propri ideali, perché in ciascuno si radica la convinzione di una sorta di “necessità storica”,
di una “svolta”, e di una “sfida”. È il non far venire mai meno la fiducia di possedere un idem
de republica sentire
, qualcosa che assomiglia a quanto aveva scritto Croce circa la mai spenta necessità di «persuadersi che non si è soli».

In questo mondo i subalterni accettano di rimanere tali, per il tramite di un consenso carpito
senza sforzo, sotto il fuoco di fila di una propaganda di fini e scopi lontani dal concetto
di “vera emancipazione”. Il vocabolario della sottomissione (“La neolingua di Arcore”,
come l’ha definita Filippo Ceccarelli su Repubblica del 19 gennaio 2011), quella koinè che
le intercettazioni telefoniche sul “caso Ruby” ci hanno rivelato, fotografa un mondo senza
libertà, spaventosamente ridotto alle sue esigenze primarie («se non c’è lui io non mangio»,
dicono le ragazze). Si tratta di un allucinante gergo della prevaricazione, tragicamente
tipico e collaudato dalle pratiche quotidiane di un “lessico familiare” che niente ha a che
spartire con quell’altro, ben diverso, Lessico famigliare con cui Natalia Ginzburg rileggeva
in retrospettiva, criticamente e amorevolmente, la lingua della sua formazione, della sua
crescita. Anch’essa era significativamente incardinata, ma lontanissima dalla maniera di Ruby,
su una fondamentale, mai dimenticata e mirabile lingua del padre.

Buon otto marzo a tutti